Moreno Garon non è un artista.

Non sopporta che le cose belle si possano solo guardare, mentre vorrebbe continuamente toccarle, smontarle e ricostruirle, con la curiosità fanciullesca che spesso guida i veri ricercatori.

E la sua ricerca estetica nasce da un'intima comunicazione con il fare, così come la sua cura quasi maniacale per il dettaglio costruttivo nasce dal rapporto diretto con la materia.

Parte dal materiale, dalla conoscenza delle sue possibilità e dei suoi limiti, per rivelarne tutte le potenzialità nascoste di funzione e di luce.
Anche la più piccola vite può ricevere così la dignità che le spetta, non sempre tanto minore di quella di un gioiello.

Immerso in quello strano universo dei segni a cui appartengono contemporaneamente le macchinerie leonardesche e le geometrie bizantine di Carlo Scarpa, Garon riesce a tradurre forza e leggerezza dei materiali in visioni profondamente rappresentative della nostra società post-industriale, in cui le suggestioni tecnologiche si intrecciano strettamente con evocazioni arcaiche.

La sua è un'estetica che si potrebbe definire "barbarica", fortemente segnata dal concetto vitruviano di "firmitas", di maestosa solidità, da cui la "venustas", la bellezza, emerge spontaneamente, genuina e incontaminata da qualunque questione stilistica, come accade soltanto quando esiste una profonda coerenza fra la materia dell'oggetto e la sua funzione.

E quando questo accade, si tratta di vera bellezza, senza
tempo e lontana anni luce dalle tendenze effimere.